Eutanasia cos’è? Di sicuro è una parola difficile.

No. Non è difficile da pronunciare o da scrivere.

Ma da maneggiare e soppesare, con il cuore prima ancora che con il cervello, quello sì.

Per un tema così immensamente complicato non ci vuole e non basta – è ovvio – qualche riga sul web, ma una pila alta così di saggi. Ben scritti da filosofi e sociologi con le idee chiare e la testa sveglia. Non si discute.

Ma ieri, sul Gazzettino, è uscito un sondaggio interessante. Ho voluto darti questo contributo nel caso te lo fossi perso.

Anche perché – opinione personale – credo che riflettere qualche minuto in più su temi di etica come questo sia sempre utile, che lo si faccia da soli o in compagnia. Anche se, per arrivarci, si parte da un terreno prosaico e labile come – che ne so – un post sui social media. Ogni riferimento a questo che stai leggendo è puramente voluto…

EUTANASIA, DEFINIZIONE

Partiamo da lontano. Il significato di questa parola enorme.

Eutanasia (eu-ta-na-sì-a), significa “Morte indolore e procurata. In particolar modo, procurata a chi sia affetto da patologie dolorose, degenerative, invalidanti”.

Deriva dal greco: EU (bene) + THANATOS (morte). La buona morte.

La Treccani la snocciola così:

  1. Nel pensiero filosofico antico, la morte bella, tranquilla e naturale, accettata con spirito sereno e intesa come il perfetto compimento della vita.
  2. Morte non dolorosa, ossia il porre deliberatamente termine alla vita di un paziente al fine di evitare, in caso di malattie incurabili, sofferenze prolungate nel tempo o una lunga agonia; può essere ottenuta o con la sospensione del trattamento medico che mantiene artificialmente il paziente in vita (e. passiva), o attraverso la somministrazione di farmaci atti ad affrettare o procurare la morte (e. attiva); si definisce volontaria se richiesta o autorizzata dal paziente.

IL SONDAGGIO, LE CIFRE INTERESSANTI

Passando all’attualità, nel sondaggio del Gazzettino le cifre interessanti sono quattro.

Eutanasia, riflessioni e sondaggi, il 77% è d'accordo

Due sono nel diagramma di sinistra, che racconta come è cambiata l’opinione degli abitanti del Nordest (popolazione con 15 anni e più, residente in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Provincia di Trento) rispetto a questo tema.

Mentre nel 2002 i favorevoli all’eutanasia erano il 56%, oggi siamo passati al 77%. Un notevole salto in avanti, soprattutto in una zona a forte rilevanza e tradizione cattolica, come la parte nord orientale d’Italia.

Proprio su questo versante troviamo le altre due cifre significative, nel diagramma di destra, che illustra le differenze per religiosità.

La differenza, infatti, è abissale tra non praticanti (il 94% è d’accordo con una qualche forma di eutanasia) e i credenti assidui, favorevoli solo per il 51%, cifra comunque impensabile fino a qualche anno fa.

Un divario che conferma, se mai ce ne fosse stata bisogno, il peso fortissimo della fede religiosa su questo tema etico. Una differenza netta, quasi due mondi distantissimi, bianco o nero, con poco spazio di discussione, di zone grigie, di compromessi possibili.

Tra gli atei non ci sono praticamente dubbi, tra i fedeli ce ne sono una marea…

QUALCHE DOMANDA

Queste 4 cifre, messe a confronto, che cosa raccontano?

Da una parte un continuo evolversi – nemmeno troppo lento negli anni – dell’atteggiamento nei riguardi di un tema etico delicatissimo. Se il 56% del 2002 è diventato i tre quarti di oggi significa che il cambiamento di rotta è sostanziale.

Dall’altro la forza, sempre presente, della fede cattolica, intesa come abito del pensare e faro che illumina i propri ragionamenti. 94% vs 51% significa due visioni inconciliabili.

Le domande sui perché – del 77% – sono tante. Alcune così gigantesche e complicate che facciamo persino fatica a maneggiarle.

Me ne sono venute in mente alcune.

Se sia il mutamento della nostra società, che ha parcellizzato il tessuto connettivo sociale e familiare, con il risultato di avere tanti figli che devono occuparsi dei vecchi genitori malati da soli, senza l’aiuto dei fratelli-assenti o dei vari parenti che affollavano le case-comunità di una volta…

Se sia che nel terzo millennio, tecnologico e patinato, facciamo ormai fatica relazionarci con il dolore e la cura per chi soffre…

Se abbia influito l’indubbio aumento della qualità delle cure mediche, che mantiene in vita le persone anziane più a lungo che non nelle generazioni scorse, ma c’è da chiedersi in che condizioni fisiche e con che qualità di vita…

O forse le nuove generazioni non sono preparate ad affrontare il tema della sofferenza e della morte…

O forse, per fortuna, lo sono. E lo stanno affrontando con meno sovrastrutture ideologiche rispetto al passato, guardando negli occhi chi soffre atrocemente, un giorno dopo l’altro…

UNA RIFLESSIONE LATERALE

A questo e a tanti altri riguardi ti propongo la riflessione (apparsa sempre sul Gazzettino del 30 gennaio 2019, a pagina 24) di Federico Neresini, docente dell’Università di Padova: “(…) Migliori condizioni di vita, conoscenze scientifiche sempre più approfondite e innovazione tecnologiche incalzanti ci consentono di vivere più a lungo, spesso con un corpo ancora efficiente. Ma un’anzianità così dilatata ci mette di fronte alla necessità di capire fino a quando gli anni aggiunti alle nostre esistenze siano ancora desiderabili. E questo vale sia sul piano individuale, dove ognuno deve prima o poi fare i conti fra il tempo che potrebbe guadagnare e i pesi che sente di poter portare, sia su quello collettivo, dove una popolazione sempre più invecchiata pone seri problemi di sostenibilità (…)”

Il professore universitario, che a Padova insegna – tra l’altro – “Sociologia della Conoscenza”, osserva inoltre che: “In questo quadro l’eutanasia diventa, dal punto di vista soggettivo, l’ultimo tentativo di mantenere il controllo sul nostro corpo, ovvero su ciò che costituisce l’ancoraggio materiale di identità sempre più deboli e incerte. Voler decidere come e quando morire rappresenta, infatti, un altro modo di esprimere il desiderio di ribadire noi stessi attraverso il corpo (…)”.

IN CONCLUSIONE

Riflessioni e punti di vista che, come sempre accade quando si parla di etica, vita e morte, sono delicate e dolorose, dense di questioni impossibili da risolvere e piene di problematiche ulteriori e sentieri secondari. Come quello che porta, ad esempio, al dibattito su eutanasia e accanimento terapeutico.

In ogni caso, abbiamo non solo il diritto, ma il dovere morale di farle, queste riflessioni. Per chi sta per lasciarci e per chi ci sopravviverà nel mondo futuro.

Abbiamo il dovere di porci tutte le domande che la nostra coscienza richiede.
E di cercare, dentro di noi e nelle parole degli studiosi, dei pensatori e dei pochi saggi che ancora ci accompagnano, le risposte più convincenti.

Senza preconcetti. Almeno lo spero.

Mauro Tosetto

Eutanasia, riflessioni e sondaggi, il 77% è d’accordo

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