Il superfluo e il reddito di cittadinanza

Prendo a prestito un pezzo del titolo dall’ottimo editoriale di Mattia Feltri su La Stampa. Partendo da uno spunto polemico e pungente, Feltri articola una riflessione solo apparentemente banale e controcorrente. Quando una persona è povera, cosa la aiuta – anche moralmente – a stare meglio e riconquistare la dignità che l’indigenza le ha fatto perdere?

Feltri cita, vai a leggerlo nell’immagine che ho inserito qua sotto, l’esempio di un famoso giornalista che, alle donne di Sarajevo, portava creme e profumi.

Ma come? Cosmetici e non scatolette di tonno? Di primo acchito ti viene da scuotere il capo. E ripensi alle battute sul reddito di cittadinanza, a quale sarà il confine tra spese immorali e spese approvate dal Grande Fratello Elargitore.

overtà e reddito di cittadinanza, l'indispensabile superfluo e le scarpe di Sarajevo_feltri_stampa_superfluo_2018-10-05

Ma qui non mi interesso della misura assistenzialista del governo gialloverde, che comunque considero totalmente sballata sia dal punto di vista economico (sostenibilità ed effetti futuri) sia da quello etico e morale per il messaggio che trasmette in patria (a chi ne usufruirà ed a chi la pagherà) e all’estero.

Voglio invece tornare sul concetto in controtendenza, su quel briciolo di superfluo che può servire a riconquistare un pizzico di dignità.

Perché, leggendo Feltri, mi è tornata in mente una mostra su cui sono… inciampato per caso quest’estate, nel chiostro della Basilica di Sant’Antonio di Padova. Si chiamava “Camminamente” di Antonio Gregolin, e metteva in mostra scarpe che parlano di cammini e, attraverso di esse, cammini che raccontano storie. 50 paia di scarpe esposte, di camminatori del mondo, esploratori, sportivi, personaggi famosi e non, ma egualmente significative.

Le scarpe di Sarajevo

Tra tutte, una delle storie che più mi hanno colpito dell’esposizione era quella di una signora di Sarajevo. A fianco di un paio di consumatissime e rovinate décolleté beige col tacco basso, di una nota griffe italiana di moda (non mi ricordo più quale), c’era il racconto della vicenda, e di quelle scarpe firmate.

Durante la guerra in Bosnia (1992-1995), questa donna affittava una camera del suo appartamento a Sarajevo ad un famoso giornalista italiano che seguiva il conflitto. Non so se sia lo stesso Sofri citato da Feltri, non lo escluderei, ma non è così importante. Il giornalista, ogni volta che arrivava dall’Italia, le portava qualcosa e, un bel giorno, si presenta con queste scarpe meravigliose e costosissime, perché aveva capito che la dignità di chi tira la cinghia e rischia la pelle, schivando i bombardamenti per rimediare qualcosa da mangiare, non si nutre di solo pane.

La donna, commossa, cominciò ad indossare quelle scarpe belle e costose ogni giorno, per sfuggire alle bombe correndo raso i muri e buttandosi al riparo per evitare le pallottole dei cecchini. Ma, soprattutto, per sentirsi più viva. E di nuovo se stessa.

Finita la guerra, tornata la calma a Sarajevo, anche se quelle scarpe erano sfondate e distrutte, la donna non le buttò, perché in quel periodo atroce avevano, per lei, rappresentato la speranza e la dignità.

E, per uno di quei clic che avvengono nell’animo umano, si erano trasformate da accessorio superfluo per il guardaroba di una ricca signora a faro di speranza e segnale di vita.

Adesso, come la mettiamo?

Beh, anche se un pochino mi viene ancora da scuotere la testa, mi sa che Feltri, Sofri e quella coraggiosa donna di Sarajevo hanno ragione…

Mauro Tosetto

www.maurotosetto.it

(photo by Mauro Tosetto, mostra "Camminamente", chiostro S. Antonio, Padova)
(immagine dell'articolo di Mattia Feltri, La Stampa del 5 ottobre 2018, pag. 1)
Povertà e reddito di cittadinanza, l’indispensabile superfluo e le scarpe di Sarajevo

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