Volevo condividere con te una riflessione che ho tratto leggendo il libro (non) un corso di scrittura e narrazione di Giulio Mozzi, editor e narratore molto conosciuto.

il linguaggio comune che ci accomuna e ci cambia la realtà, dall'hamburger al mondo della comunicazione
Foto di Nathaniel Shuman su Unsplash

In questo suo saggio sulla scrittura creativa, che puoi trovare on line, Mozzi butta dentro un paio di osservazioni interessanti.
Te le riporto qui di seguito (brani tratti da (non) un corso di scrittura e narrazione, pag. 105 e pag. 107).

(…) In un suo romanzo breve, Crampi, Marco Lodoli racconta a un certo punto di un personaggio che va a mangiare in un negozio dove «davano da mangiare pane e carne» (cito a memoria: il libro è sepolto da qualche parte, negli scatoloni non ancora aperti dopo il trasloco). Che cosa è mai, un negozio dove danno da mangiare pane e carne? Facile: è un fast-food, probabilmente un McDonald’s. Ma allora, perché Marco Lodoli dice «pane e carne » e non «hamburger»? Forse perché è un purista e la parola «hamburger» gli fa schifo? No. Marco Lodoli dice «pane e carne» perché ha capito tutto. Perché ha capito che una delle cose che le merci ci fanno, è impedirci di nominare le cose con il loro nome naturale. Ovviamente l’esistenza di nomi naturali delle cose è un mito. Il problema è che per i quindicenni d’oggi il nome naturale del «pane e carne» è per l’appunto «hamburger». Esattamente come per molti pensionati il mondo è quella cosa che si vede in televisione e per molti single la verdura è quella cosa che si estrae dalle buste surgelate. (…) – Pg 105


(…) Che un telefilm come “Giovanni e il Magico Alverman” o “Vacanze sull’isola dei gabbiani” sia ciò che hanno in comune due quarantenni d’oggi, ossia letteralmente la lingua comune della quale essi possono disporre per parlarsi; e che esattamente la stessa funzione “accomunante”, forse addirittura “comunitaria” possa essere svolta dalla Nutella o dai biscotti Bucaneve o dall’omino Bialetti: questo non è trascurabile. Noi, ci piaccia o non ci piaccia, siamo fatti di queste cose. (…) – Pg 107

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Sono un giornalista, mi occupo di comunicazione e di uffici stampa.


Un linguaggio, un gruppo

Cosa ci vuol dire Mozzi?
Che abbiamo dei linguaggi comuni – anche indotti – che contribuiscono a sostenere il senso di appartenenza ad un gruppo, unito da un sentire “familiare”che ti fa riconoscere l’un con l’altro.

Questo concetto è ben esemplificato dal “pane e carne” ormai sostituito dalla parola hamburger. Termine che appartiene (anzi, apparteneva) ad un immaginario che accomuna milioni di persone. Dico apparteneva perché ormai l’immaginario è così denso che lo vediamo come realtà. Punto.
Saresti strambo se dicessi “Stasera mangio una polpetta tonda e sottile di carne tritata”, non certo “Stasera mangio un hamburger”. E il fatto che questa parola si porti dietro tutto un universo di messaggi (gli Usa, i fast food, le patatine fritte, una certa cultura, un certo abbigliamento, eccetera) ormai non lo avvertiamo nemmeno più, talmente è automatico, talmente dentro di noi.

Fai merenda con girella

E questa cosa del linguaggio comune la possiamo sperimentare tutti. Anche tu.
Basta che ti incontri con un amico coetaneo, e cominciate a ricordare gli spot televisivi più famosi della vostra infanzia.
“Ti ricordi la pubblicità di quel gelato? E di quel jeans, di quella canzone?”.
Verranno fuori una marea di ricordi, di aneddoti, di episodi simpatici. E di slogan.
Oh sì.
Un mucchio di slogan, con jingle e canzonette che te li fanno tornare in mente come fosse oggi. E ti fanno pensare: “Okay, io e il mio amico siamo della stessa tribù. Ci capiamo”.
E tutto questo solo perché entrambi ricordate e canticchiate all’unisono “La morale è sempre quellaaa, fai merenda con Girellaaa!” e robe così.

Ecco che il linguaggio comune ha fatto scattare il suo meccanismo.

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Le narrazioni che ci propongono

Questo ragionamento è da tenere presente in modo particolare quando parliamo di comunicazione, soprattutto in alcuni ambiti.
Basti pensare ai leader politici, ai grandi campioni dello sport, alle star della musica. Oppure a come vengono rappresentati una serie di mondi/brand: la Formula1, la MotoGP, le principali squadre del campionato di calcio.

Perché è importante tener presente il concetto del linguaggio comune?
Perché viene costruito ad hoc, da una narrazione ben pensata, strutturata e costruita con interventi martellanti, ripetuti quotidianamente, soprattutto adesso con l’uso scientifico dei social media.

Questa narrazione vuole rimpiazzare la realtà, ri-contestualizzarla, con alcune parole studiate a tavolino che tendono a sostituirsi, nel sentire comune, al linguaggio “naturale”.

Qualche esempio? Nella politica “stato-canaglia” per definire chi è tacciato di collaborare con il terrorismo, oppure “reddito di cittadinanza” per una misura economica di sostegno alla disoccupazione. Nel calcio “CR7”, un brand che affianca e spesso sostituisce Cristiano Ronaldo, portando con sé una narrativa di epica sportiva e di successo che traina l’ambaradan economico, tra merchandising e sponsorizzazioni.

Ecco che si costruisce, attraverso alcuni termini e frasi ricorrenti, una sorta di “mondo parallelo” che va sovrapporsi al mondo reale, che cerca di traghettare il modo di pensare dell’utente finale verso l’obiettivo voluto.

Nel caso della politica sarà il voto elettorale e la reazione ai sondaggi, per una squadra di calcio la vendita di biglietti allo stadio, l’acquisto di merchandising e il coinvolgimento sui mass media.

Pensaci, la prossima volta che un tizio alla televisione parla di “trasparenza” o di “cambiamento”.

Lui ha pronunciato due parole e nella tua mente si sono spalancati due immaginari ben definiti.

Il problema è: chi li ha costruiti – così come sono – quei due immaginari?

Quanto arriva da te, dai tuoi ragionamenti ed esperienze?
Quanto è invece indotto, trasmesso, raccontato?

Mauro Tosetto

www.maurotosetto.it

(Foto principale dell’articolo di Flickr: 5424109916_d41cf7b24e_b)


mauro tosetto

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